LA STORIA DEL GRUPPO ALPINI DI MORSANO DI STRADA

Il Gruppo Alpini di Morsano di Strada nacque ufficialmente nel 1971 tuttavia, la storia dell’associazionismo Alpino del paese ha radici più lontane. I primi incontri tra Alpini morsanesi in congedo risalgono, infatti, agli anni Cinquanta. In quel periodo i ragazzi col cappello d’Alpino erano tutti reduci di guerra ed ancora vivo era in loro il ricordo dei compaesani, amici d’infanzia, caduti sui vari fronti durante il conflitto. Uno di quei giovani reduci era il Cav. Graziotto Giacinto e grazie alla sua viva memoria ci è stato possibile ricostruire i primi passi del Gruppo A.N.A. di Morsano di Strada. La cronistoria che segue è la trascrizione del racconto della nascita del Gruppo direttamente dai ricordi del Cavalier Graziotto:

"Andammo ad una festa di Alpini a Palmanova, non ricordo l’anno esatto, forse dicembre 1953, eravamo io, Checo Çichin (Francesco Strizzolo), Tite Cecon (Giobatta Cecconi), Amo Tuan, Bepo Picot (Giuseppe Picotti), Enzo Savorgnan, Bruno Burello, Garbuio Lorenzo. In quell’occasione si andò a pranzare alla caserma Durlì, nel nostro tavolo c’eravamo noi, un soldato di leva e…bottiglie vino a volontà. Di seguito andammo al cinema a vedere il film: "Penna Nera" con Amedeo Nazario. Palmanova era già una Sezione A.N.A. e così alcuni nostri amici già avevano la tessera, con la quale, tra l’altro, poterono avere una riduzione sul biglietto d’entrata al cinematografo del cinquanta per cento. Alla sera, ritornando a Morsano, si parlò tra noi dell’opportunità di dar vita ad un Gruppo anche in paese. Checo fu il promotore dell’idea. Io ero il più giovane della compagnia e non sapevo quanti fossero gli Alpini in paese; Checo mi rassicurò dicendomi che lui aveva già in testa alcuni nomi, mi diede una lista e mi incaricò di scrivere gli inviti. Il 3 marzo 1954, ci riunimmo nella sede dell’ENAL (che all’epoca era nei locali del bar Centrale): eravamo in dieci. All’epoca si poteva costituire un Gruppo con nove iscritti più il capogruppo. Così, formammo il Gruppo Alpini di Morsano; il capogruppo divenne Checo, fratello della medaglia d’argento Ermes Strizzolo, ed io fui il vice. Andai quindi a Palmanova da Bepi Durlì, allora presidente della Sezione, per le pratiche burocratiche. Ci mettemmo d’accordo sul giorno in cui incontrarci a Morsano per parlare di tessere, regolamenti ed altro; fu stabilito di ritrovarci il venerdì successivo. Ritornai a mandare gli inviti e quel venerdì ci furono tutti. Si parlò delle pratiche burocratiche, ci fu una bicchierata di buon augurio e si stabilì che due volte all’anno noi avremmo dovuto partecipare alle riunioni della sezione a Palmanova. La prima adunata cui partecipammo come Alpini di Morsano fu quella di Roma il 19 marzo 1954, all’epoca non avevamo un gagliardetto, infatti il nostro primo gagliardetto ci fu consegnato solo nel 1971. Il Gruppo Alpini di Morsano dal 1954 al 1971 era un’entità non ufficiale, cioè senza un proprio gagliardetto; Palmanova era una sottosezione e faceva capo alla sezione di Udine. All’interno della sottosezione c’erano i "nuclei" Alpini di Morsano, Castions, Fauglis, Bagnaria e Gonars. Quando si andava a qualche manifestazione, si partecipava tutti sotto l’ala della sottosezione di Palmanova. Nel 1958, Palmanova diventò Sezione, guidata prima dal presidente Durlì e poi dal dott. Sandrini. Durante questo periodo, gli Alpini morsanesi partecipavano alle attività della sezione di Palmanova attuando di tanto in tanto, alcune iniziative locali. Un evento particolare, che interessò tutta la comunità morsanese, fu la cerimonia, nel 1956, in occasione del rientro della salma del soldato Mario Sbrissa, caduto in Grecia durante la guerra. La cerimonia fu condotta con tutti i crismi militari che l’occasione richiedeva: ci fu un picchetto armato ed un rito sia in chiesa sia in cimitero. Per la prima volta, gli Alpini paesani, parteciparono ad una cerimonia ufficiale a Morsano, indossando il cappello con la penna. Il ritorno in patria della salma di un soldato morsanese caduto in guerra, fu un evento toccante che vide gli Alpini morsanesi in prima linea nella preparazione e coordinamento della cerimonia.

Ad ogni modo, a parte quest’evento e le usuali feste e assemblee annuali, l’attività degli Alpini morsanesi era limitata. Da ricordare è che gli Alpini, negli anni Sessanta, collaboravano massicciamente alla sagra del paese. La sagra, all’epoca, era tradizionalmente l’evento comunitario più importante dell’anno e richiamava, oltre che tutti i paesani, anche molta gente dai paesi limitrofi nonché i morsanesi emigrati all’estero, raccogliendo più di mille convenuti. Si svolgeva a metà settembre in occasione della ricorrenza religiosa del "Perdon dell’addolorata"; durava due fine settimana e culminava, nella seconda domenica, con i tradizionali giochi popolari tra i quali il palo della cuccagna, la tombola e gli spettacoli pirotecnici. Tra i vari chioschi, uno era gestito interamente dalle Penne Nere: il chiosco dei calamari. Nella piazzetta della vecchia pesa pubblica, c’era un chiosco in cui gli Alpini vendevano calamari freschi (2-3 quintali a serata!), fritti da pescatori di Marano Lagunare. I proventi erano poi destinati alla cassa parrocchiale che li devolveva per fini sociali e caritatevoli. Gli Alpini collaboravano anche con il Gruppo ciclistico morsanese, che ogni anno organizzava gare ciclistiche in paese, nonché con l’associazione calcistica morsanese, fornendo valido supporto logistico e di personale. Nel 1969, da ricordare è la partecipazione degli Alpini morsanesi alle celebrazioni per il cinquantesimo di fondazione dell’A.N.A. con la visita ai reparti in armi alle caserme di Gemona, Venzone, Chiusaforte e Pontebba. L’anno dopo, fu organizzata una visita sui luoghi della Grande Guerra: Monte Grappa, Bassano, Montebelluna e Conegliano.

Nel 1971, il Gruppo Alpini di Morsano contava ormai 33 soci, tutti molto attivi in campo sociale e sempre presenti ed entusiasti ad ogni evento della Sezione di Palmanova. Fu alla luce di questo attivismo che la Sezione ci suggerì di diventare Gruppo in maniera ufficiale. La proposta ci trovò onorati e con il morale alle stelle! Finalmente, anche noi avremmo avuto un gagliardetto ed un’organizzazione ufficialmente riconosciuta. Già da anni quindi c’era la volontà di lavorare, un direttivo già esisteva, la gente era disponibile; mancava solo il passo ufficiale. Così, il Gruppo A.N.A. di Morsano di Strada fu solennemente fondato il 29 agosto 1971 e nessuno ebbe dubbi sul fatto di intestarlo alla Medaglia d’Argento al Valor Militare Caporale Alpino Ermes Strizzolo."


LA NASCITA UFFICIALE DEL GRUPPO E LA FESTA DELL’INAUGURAZIONE DEL GAGLIARDETTO

"Per un evento importante come la nascita ufficiale del Gruppo, tutto il paese si mobilitò e le Penne Nere morsanesi si dedicarono anima e corpo per organizzare l’evento più significativo della loro storia. La nascita ufficiale, del Gruppo A.N.A. del paese, sarebbe stata sancita solennemente con la consegna del gagliardetto ufficiale intestato alla medaglia Ermes Strizzolo. Per questa ragione, madrine della cerimonia furono le sorelle di Ermes: Regina, Nina ed Irma. Il paese sentì moltissimo l’evento; nell’aria c’era molto entusiasmo e voglia di prendere parte a questa importante occasione. Per rispondere a questo entusiasmo si decise di organizzare le celebrazioni su due giorni: sabato 28 e domenica 29.

L’intero paese fu addobbato con bandiere; sventolanti tricolori furono messi in cima a tutti i pali dell’illuminazione elettrica, sotto i balconi delle case delle vie principali e perfino in cima al campanile! Il centro della festa fu organizzato dietro la chiesa, dove allestimmo i chioschi enogastronomici. La festa iniziò sabato sera con l’apertura dei chioschi dove le Penne Nere si prodigarono per servire i tradizionali piatti della cucina friulana, dalla "polente e muset", al "frico". Ad animare la serata fu chiamato un complesso musicale e fu disputata una tradizionale gara di briscola. La vera festa iniziò però il giorno dopo, domenica. Alle sei del mattino gli Alpini erano già all’opera per rifinire gli ultimi dettagli di quello che era un evento pianificato da mesi. Alle otto del mattino, i chioschi furono aperti e la cucina da campo, messa a disposizione dal comando della Brigata JULIA, posta in funzione. Lentamente i morsanesi e gli invitati iniziarono ad affluire: alle quattro del pomeriggio il piazzale della chiesa, dove erano stati allestiti un palco per le autorità e l’altare per la messa al campo, era già affollato. Con calma le autorità civili e militari presero posto: c’erano rappresentanti di tutti i gruppi A.N.A. della zona con i loro gagliardetti verdi, i sindaci di Castions e dei paesi limitrofi, rappresentanti del consiglio provinciale, rappresentati delle associazioni d’Arma (Bersaglieri, Carabinieri, Genieri e Trasmettitori, Finanzieri, Combattenti e Reduci, Mutilati ed Invalidi di Guerra, Nastro Azzurro), militari in armi e soprattutto il generale Massimo Mola di Larizzè comandante della Brigata JULIA. Ricordo ancora la frase che disse appena arrivato: "ma da dove viene fuori tutta questa gente!?!". Infatti ci saranno state più di mille persone! Per l’occasione fu schierato un picchetto armato del III Artiglieria da Montagna accompagnato dalla fanfara della JULIA, passato poi in rassegna dal generale al suo arrivo.

Agosto 1971. Irma Strizzolo, sorella della Medaglia al Valore Ermes, simbolicamente scopre il gagliardetto del Gruppo
 

Alle 17.30 la cerimonia ebbe inizio con la Messa da campo celebrata da don Candido Carlino, cappellano Alpino della Sezione e reduce della II guerra mondiale. Le autorità si disposero sul palco montato a lato dell’altare, assieme ai Cavalieri di Vittorio Veneto di Morsano. Sul palco c’era anche il parroco, don Vittorio De Anna, già tenente cappellano delle CCNN in Africa, con le stellette sul bavero della tonaca.


Al termine della Messa il nuovo gagliardetto fu benedetto ed ufficialmente consegnato al Gruppo. Una solenne preghiera, con in sottofondo il silenzio intonato dal trombettiere, fu recitata in memoria dell’eroe morsanese MAVM Caporale Alpino Ermes Strizzolo, provocando la comprensibile commozione delle madrine della cerimonia e dei fratelli Strizzolo, tutti orgogliosamente presenti. Successivamente fu la volta dei discorsi ufficiali: il dottor Sandrin, presidente della sezione A.N.A. di Palmanova fu il primo a parlare. Seguì il capogruppo Bruno Vidotto che, da buon Alpino, uomo di fatti e non parole, per la stesura del discorso ufficiale ebbe la collaborazione del parroco, don Vittorio. Nonostante fosse un bel discorso sulla carta, farlo davanti a mille persone non fu facile e per l’emozione ci mise un po’ per finirlo! Alla fine fu ripagato dalla fatica con il calore dell’entusiasmo dei convenuti. Parlarono poi il Cavalier Minin, sindaco di Castions di Strada e il dottor Valentino Toniolo, membro del Consiglio nazionale dell’A.N.A.. Seguì la sfilata per le vie del paese. La banda in testa, seguita dalla corona d’alloro portata da due militari morsanesi in armi, l’Alpino Strizzolo Arnaldo ed il fante Strizzolo Gianni, scortata da due Alpini armati, quindi il picchetto di Alpini in armi, il labaro del comune, il labaro sezionale, gli stendardi dei gruppi intervenuti e di seguito tutta la popolazione. Il corteo partì dal piazzale della chiesa ed arrivò al monumento ai caduti dove ci fu la solenne deposizione della corona. Proseguì quindi da via Trieste verso l’oratorio dove ci fu il concerto della fanfara ed il rancio per tutti, seguito dal concerto del coro SNIA di Torviscosa che intonò le canzoni della tradizione alpina. Naturalmente la serata si concluse con una buona bicchierata. Quest’evento è senza dubbio uno dei più significativi che Morsano abbia vissuto; questa fu la prima volta che una fanfara militare intonò le sue marce per le vie del paese nonché l’unico sancito dalla prestigiosa presenza del comandante della Brigata JULIA in persona.

Dal 1971 in poi, il Gruppo partecipa a tutte le Adunate Nazionali ed alle manifestazioni civili e militari della zona, sempre con il proprio orgoglioso gagliardetto. Nel 1972, gli Alpini di Morsano parteciparono all’inaugurazione del monumento del III Reggimento Artiglieria da Montagna a Gemona ed in modo massiccio, all’Adunata Nazionale di Udine del 1974. Un particolare che mi ricordo riguarda l’Adunata di Padova nel marzo 1976. Il Gruppo partecipò numeroso e successe che uno di noi perse il portafogli. Nonostante ci fossero centinaia di migliaia di persone, il portafogli fu ritrovato e consegnato, senza che nulla mancasse, al servizio d’ordine dell’A.N.A. che si premurò di recapitarlo all’Alpino morsanese che l’aveva smarrito. Un bel esempio d’onestà alpina!

Il primo maggio dello stesso anno partecipammo all’Adunata regionale del III Artiglieria da Montagna svoltasi a Lignano; pochi giorni prima il tragico terremoto."



IL TERREMOTO DEL 1976

Il sei maggio 1976 la terra friulana tremò provocando un migliaio di vittime nonché ampie distruzioni dalla fascia collinare alla Carnia. Il sisma che colpì il Friuli mise in moto una serie di interventi, individuali e collettivi, come non si era mai visto prima in Italia. Oltre al massiccio e tempestivo intervento delle Forze Armate nelle prime operazioni di soccorso (alla fine dell’intervento le FFAA avranno distribuito 140.000 posti tenda, due ospedali e 70.000 razioni di viveri), affluirono in regione appartenenti a numerosi sodalizi che si misero a disposizione delle autorità responsabili dei soccorsi. In questo contesto la parte del leone fu fatta dall’Associazione Nazionale Alpini, che si mobilitò in modo capillare. Considerando che il Friuli è sempre stata terra di Alpini fin dal sorgere del Corpo e che diede i natali alla Divisione JULIA, non poteva essere diversamente! Nei giorni seguenti il 6 maggio, l’A.N.A., sotto la regia dell’indimenticabile Presidente Nazionale Franco Bertagnolli, organizzò l’operazione Alpini ai Fradis ed in meno di un mese sorsero i Cantieri di lavoro in Friuli. I cantieri furono undici, localizzati in altrettante zone duramente colpite dal sisma: Magnano in Riviera, Attimis, Buia, Campagnola di Gemona, Villa Santina, Maiano, Moggio Udinese, Osoppo, Cavazzo Carnico, Pinzano, Vedronza. Ad ogni Cantiere furono assegnati gli Alpini in congedo provenienti da specifiche sezioni A.N.A.: le sezioni di Feltre, Cadore, Gorizia, Trieste, Belluno e Palmanova furono assegnate al Cantiere di Attimis. I cantieri di lavoro furono creati per l’intervento d’emergenza, per mettere cioè, al coperto il maggior numero possibile di persone prima dell’arrivo della cattiva stagione. Ogni cantiere godette di ampia autonomia e fu gestito da tecnici provenienti dalle stesse località dei volontari.

Naturalmente, nelle ore che seguirono il sisma, il Gruppo A.N.A. di Morsano di Strada fu subito in prima linea ed i suoi membri si prodigarono per portare il loro sostegno concreto ai fradis colpiti dal terribile evento. Raccontare tutti gli interventi portati a termine individualmente dagli Alpini morsanesi richiederebbe non solo questo libro ma un’intera enciclopedia e forse lederebbe la modestia ed il silenzio nel quale gli Alpini morsanesi da sempre operano. Infatti, "Fas e Tas" (lavora senza perdere tempo in parole!) potrebbe essere il loro motto. Ci sembra in ogni modo importante dare testo all’importante contributo dato in modo ufficiale dal Gruppo in occasione del sisma; ecco il racconto direttamente dalle parole dal capogruppo di allora, l’Alpino Valter Vecchiato:"Il nostro intervento, come Gruppo Alpini, in occasione del terremoto si articolò su due piani: una fase di primissimo aiuto e la fase di impiego nel cantiere di Attimis. Durante la prima fase dell’emergenza, in un incredibile slancio di solidarietà, molti Alpini di Morsano partirono individualmente o assieme ad altri compaesani verso le zone disastrate per portare i primi soccorsi. A titolo d’esempio posso raccontare l’esperienza di alcuni membri del Gruppo che operarono assieme. Era la sera del 7 maggio ed io, Umberto Todaro, Sergio Zanello, Sergio Picotti, Mario Bonutto e Bruno Vidotto ci ritrovammo nel bar. Dopo una breve discussione sulla tragedia appena successa, decidemmo tutti di partire verso le zone disastrate la mattina del giorno dopo. Così, in sei su una macchina, con i nostri picconi, le pale e la tanica d’acqua, partimmo diretti a Gemona. Arrivati a Udine, parcheggiammo la macchina e salimmo su un camion della JULIA che ci portò fino ad un paesino vicino Buia. Come detto, la destinazione iniziale era Gemona ma per la grande affluenza di volontari verso quelle zone, per snellire il traffico, fummo dirottati verso le colline occidentali. Da lì comunque salimmo su un altro camion che ci portò fino sotto il castello di Gemona. Lo scenario che trovammo era agghiacciante: tutte le case erano state rase al suolo, ovunque c’erano solo cumuli di macerie e sparuti gruppi di gemonesi che ritornavano sul luogo dove fino a poco prima si trovava la loro casa, magari per aiutare i volontari a scavare per cercare i parenti che la speranza voleva fossero solo "dispersi". Ovunque c’era gente che scavava: militari di leva con i loro comandanti anch’essi impegnati con pale e picconi, Vigili del Fuoco, gruppi di friulani, molti della bassa, spinti lì da un naturale istinto di solidarietà, perfino militari austriaci. Noi iniziammo subito a rimuovere detriti da alcune case: erano passate poco più di ventiquattro ore dal sisma e c’era ancora la possibilità di trovare delle persone vive sotto le macerie. Non avevamo quindi tempo per soste anche se purtroppo, il nostro lavoro consisteva anche nell’estrarre da sotto le macerie corpi privi di vita. Noi lavorammo fino alle 23.00 ed estraemmo dalle macerie quattro poveri corpi: era una famiglia rimasta sepolta. La sera, sulla via del ritorno, mentre stavamo camminando, sentimmo dei lamenti da sotto le macerie ma c’erano già molti volontari che lavoravano per estrarre i sopravvissuti e per mancanza di spazio ci chiesero di passare oltre e quindi non ci fermammo.

l numero di volontari che trovammo lassù era incredibile, in quelle prime ore, chiunque poteva era sul posto a dare una mano. Per quanto riguarda il controllo dell’ordine pubblico, va detto che nelle case non si poteva andare, se non accompagnati da pompieri o forze dell’ordine. Una scena che ci colpì moltissimo fu il vedere alcuni fotografi seduti su alcune macerie nell’attesa che si trovasse qualche cadavere da fotografare e lì vicino c’era un uomo senza mani che teneva un piccone con i monconi e scavava con quanta più energia aveva in corpo. Era un disabile parente della famiglia sepolta sotto la casa. Appena estratto il primo corpo, uno dei fotografi si avvicinò per scattare una foto e l’uomo con i monconi lo mandò via…ci mancò poco che gli desse in testa con il piccone. In quella famiglia, morirono padre, madre, figlia e nonna, il nonno si salvò solo perché era partito per Roma la sera prima. Il motore della macchina era ancora accesa, avevano cercato di scappare alla prima scossa ma la casa era rimasta in piedi e l’unica fiancata della casa che era caduta, li aveva travolti nel cortile.

A Gemona lavorammo due giorni di seguito, tornavamo a casa a dormire e ritornavamo su la mattina presto. Finita questa fase di prima emergenza scattò la fase dei "Cantieri del Presidente Bertagnolli" ed il Gruppo, naturalmente, fece il suo dovere.

Il campo base dei Cantieri Alpini era a Torreano ed il nostro Cantiere, in quanto membri della Sezione di Palmanova, fu il numero due, quello di Attimis. I lavori iniziarono il mese di giugno; con noi c’erano Alpini in congedo dal Veneto, da Gorizia e da Trieste. Il coordinamento dei lavori era in mano all’A.N.A. nazionale e per questioni organizzative, prima di partire bisognava iscriversi nella lista dei volontari in Sezione a Palmanova; una volta a Attimis veniva fatto l’appello per vedere chi c’era. I turni erano organizzati su due settimane; si decidevano i turni all’interno del Gruppo secondo la disponibilità individuale dei soci e poi la Sezione comunicava i turni ufficiali. Generalmente si lavorava il sabato e la domenica e si mangiava sul posto il cibo portato da casa. Lì c’erano anche baracche per dormire se uno si fermava più giorni. Gli Alpini venivano indirizzati verso le aree del Cantiere dove servivano determinate specialità: se serviva un falegname da una parte chiamavano un falegname, se serviva un idraulico chiamavano un idraulico, altrimenti si faceva manovalanza per i muratori. Spesso, alcuni Alpini chiedevano le ferie sul lavoro per fermarsi a lavorare in Cantiere anche durante la settimana.

Per quanto riguarda la tipologia di intervento va detto che sebbene molte case fossero cadute essenzialmente si trattava di riparare tetti danneggiati che andavano rifatti con il materiale fornito direttamente dall’A.N.A.. Noi, come Gruppo di Morsano, in generale si lavorava in una o due case per turno assieme ad Alpini di altri Gruppi. Un progetto che invece ci vide come protagonisti in prima linea come Gruppo di Morsano fu quando decidemmo di rifare completamente il tetto di una casa danneggiata. La maggioranza di chi era lì voleva solo fare un intervento di assestamento ma noi di Morsano non fummo d’accordo e convincemmo i tecnici che era il caso di rifare tutto. Avuto il via libera, nominammo capo-cantiere per quell’operazione Bruno Vidotto che, da esperto muratore, in materia ne sapeva più di tutti. Così, in due sabati e due domeniche, rifacemmo completamente un tetto.

Va detto che la popolazione locale ci era molto riconoscente e ci aiutava nei lavori; la stagione del freddo si stava avvicinando e bisognava fare le coperture almeno delle case più buone. Di questa fase mi ricordo un particolare: un nostro amico Alpino, Melio Miotti che lavorava nel magazzino di Torreano ci disse che i coppi e le travi andavano a ruba; le case erano infatti ristrutturate in tempi record! Bisogna anche dire che l’organizzazione e la tempestività era impressionante. L’A.N.A. faceva arrivare il materiale che noi chiedevamo; c’erano autisti, e altre professionalità che partecipavano ed ad Attimis c’era un capo che organizzava i turni, era il presidente della sezione di Gorizia, un generale in congedo. L’organizzazione fu ottima: noi facevamo la stima del ferro e dei materiali che ci sarebbero serviti, ne davamo comunicazione al generale…ed il giorno dopo il materiale era bel che pronto in Cantiere! Devo anche aggiungere che c’erano anche Alpini morsanesi, che andavano a lavorare ad Attimis anche se non iscritti al Gruppo; tra gli iscritti, ad ogni modo, almeno una quindicina sicuramente parteciparono. Ogni domenica in Cantiere c’erano circa sei o sette Alpini morsanesi che lavoravano. Il Gruppo fece anche una raccolta di fondi in favore dei terremotati; la Sezione raccolse i soldi e li utilizzò per l’acquisto di materiali da costruzione. Il Cantiere fu chiuso a novembre e, le molte case riparate da noi Alpini prima dell’arrivo dell’inverno, aiutarono senz’altro ad alleviare le sofferenze delle provate popolazioni locali. Devo dire che lo sforzo al Cantiere assorbì molte forze del Gruppo ma la soddisfazione di aver preso parte ad un così nobile progetto ci fa essere orgogliosi di essere Alpini e credo che Morsano possa dirsi fiera del suo Gruppo A.N.A.."

Il Diploma d'Onore concesso dall'ANA al Gruppo di Morsano per l'intervento nel terremoto del 1976


Vale la pena anche di ricordare una nota di colore aggiunta da un Alpino volontario nel cantiere: "Un giorno, al Cantiere di Attimis, durante una fase di costruzione di un tetto, si stava facendo la pausa di pranzo. Stavamo mangiando quando passò un generale in armi degli Alpini e ci disse: "Mangiate? E bere, niente?" …e ci fece avere alcuni bottiglioni di vino, che ci rallegrarono poi la serata!"



DAGLI ANNI OTTANTA AI GIORNI NOSTRI

Il 1977 fu un anno da ricordare per il Gruppo: alla annuale riunione della Sezione, al fondatore del Gruppo e per lunghi anni capogruppo, Giacinto Graziotto, fu ufficialmente consegnata l’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica, e da allora è per tutti il Cavalier "Minuti". Nel 1978, il Gruppo organizzò ed ospitò la riunione annuale della Sezione. Una nota del tempo riporta: "un nutrito gruppo di Alpini ha dato animo alla manifestazione conclusasi con un concerto della Banda Comunale G. Rossini di Castions di Strada. Con una pastasciutta e un buon bicchiere di vino abbiamo chiuso questa manifestazione". Nel 1980, la sezione di Palmanova si mobilitò per la raccolta di fondi da destinare all’acquisto di una autoambulanza da donare all’Ospedale Civile della città stellata. Anche questa volta le Penne Nere morsanesi non mancarono all’appello con la solidarietà e si mobilitarono con varie iniziative locali per raccogliere il contributo della popolazione del paese alla nobile iniziativa, che, come sempre, fu generoso. Da ricordare sono anche le varie attività, quali lotterie e cene di beneficenza organizzate dagli Alpini su piano locale per la raccolta di fondi da destinare all’asilo A.N.A. di Rossosch in Russia, per l’intervento di protezione civile in Romania e per don Mecchia, missionario in Argentina. Nel 1985 "i Alpins di Morsan" collaborarono alla costruzione di un capannone presso la cooperativa sociale per il recupero dei tossicodipendenti "La Viarte" di Santa Maria la Longa. Questi sono solo alcuni degli esempi, ma volendo essere meticolosi la lista delle attività solidaristiche che, le umili ma tenaci Penne Nere morsanesi da sempre portano avanti, sarebbe molto lunga.

Celebrazioni del 25esimo di fondazione del Gruppo. Madrine le sorelle din Ermes Strizzolo, Irma e Regina
L'Alza Bandiera presso la sede deli Alpini di Morsano


Un grande rilievo ebbero le manifestazioni per il decennale di fondazione nel 1981 delle quali si ricordano ancora il concerto del coro A.N.A. di Preganziol (TV) e le vetrine dei negozi del paese con disegni che richiamavano la tradizione alpina. Analoghe manifestazioni hanno rallegrato il paese in occasione del ventennale e del venticinquesimo anniversario. Particolare fu il venticinquesimo in quanto concluso dal concerto di una fanfara di Bersaglieri in congedo, la fanfara di San Giorgio di Nogaro.

Nel 1991, il Gruppo inaugurò quella che è diventata un’importante tradizione di Morsano: la "castagnata" con il concerto della banda musicale "G. Rossini" di Castions di Strada. Morsano, sebbene sia un piccolo centro, ha con gli anni, perso molte delle sue tradizionali forme d’aggregazione e la "castagnata" alpina è una felice serata di Novembre che riunisce attorno alle note della banda ed allo scoppiettare delle castagne, i paesani e le Penne Nere.

Altra attività degna di nota è l’annuale gara non agonistica di pesca sportiva organizzata dagli Alpini pescatori del Gruppo fin dal 1993. La gara è aperta a tutti rilevando ancora l’apertura delle Penne Nere verso tutta la popolazione morsanese; la manifestazione prende vita nel laghetto di Castions, dove per l’occasione, sono liberate decine di trote. Naturalmente, da menzionare è anche il pranzo sociale che una volta l’anno richiama i soci e simpatizzanti del Gruppo attorno ai piatti della tradizione culinaria friulana.Un passo importante nella storia del Gruppo è stato compiuto nel 1997 con il gemellaggio con il gruppo A.N.A. di Serra Mazzoni (Modena). L’occasione per il gemellaggio fu la Baita Alpina. Gli Alpini del Gruppo emiliano, desideravano costruire una baita come quella di Morsano ed in occasione dell’Adunata Nazionale s’incontrarono con le Penne Nere morsanesi per chiedere utili consigli in merito. Come spesso succede, da una semplice chiacchierata nascono prolifici progetti così dai consigli su quali siano i segreti di un’accogliente baita alpina si arrivò ad un gemellaggio tra i due sodalizi. Da menzionare, è l’aiuto che il Gruppo di serra Mazzoni prestò nell’organizzazione di una visita guidata agli stabilimenti della Ferrari a Maranello da parte delle Penne Nere di Morsano. Tre mesi dopo la visita alla Ferrari, gli Alpini morsanesi erano di nuovo in terra Emiliana, con tanto di gagliardetto ufficiale, per partecipare all’inaugurazione della sede del Gruppo A.N.A. di Serra Mazzoni.

Una celebrazione del 4 Novembre
 
Visita degli Alpini del Gruppo di Serra Mazzoni a Morsano

Importante è anche ricordare l’opera di collaborazione con altre associazioni locali nell’organizzazione e coordinamento di attività sociali; che ci sia da preparare una pastasciutta per il pubblico del concerto della banda musicale, che ci sia da fare servizio di viabilità per una gara podistica, che ci sia da dare un tono ufficiale ad una manifestazione civile, gli Alpini sono sempre una risorsa disponibile e formidabile della piccola Morsano.

Va ricordato che i soci del Gruppo A.N.A. di Morsano di Strada sono una settantina di cui una cinquantina Alpini in congedo ed il resto morsanesi simpatizzanti.


 

LA PROTEZIONE CIVILE DEL GRUPPO

Uno dei più significativi impegni dell’A.N.A. è rappresentato dal servizio di Protezione Civile. Dai primi anni Ottanta, la Sezione di Palmanova, organizza annuali esercitazioni per il suo nucleo di Protezione Civile formato da Alpini di tutti i Gruppi che la compongono. Naturalmente, le Penne Nere morsanesi sono molto attive in questo servizio alla comunità e fin dalle prime esercitazioni il Gruppo ha partecipato con alcuni suoi rappresentanti. Significativa fu la presenza del capogruppo e di alcuni Alpini del Gruppo alla prima esercitazione sezionale, avvenuta sul letto del Tagliamento a Latisana, dove con un furgone i morsanesi trasportarono le tende utilizzate per simulare la costruzione di un campo d’emergenza. Generalmente le esercitazioni sezionali coinvolgono un centinaio di Alpini più alcuni volontari delle squadre comunali di Protezione Civile e della Croce Rossa di Palmanova; usualmente, il Gruppo di Morsano partecipa con una decina di Alpini. Gli Alpini sono gente laboriosa e modesta che ama lavorare lontano dal clamore e dalla vanagloria della facile pubblicità. Per rispettare questi sentimenti che esprimono la fierezza delle popolazioni di montagna, evitiamo di elencare tutti gli interventi di che hanno visto, a vario titolo, protagonisti gli Alpini di Morsano. Ci sembra in ogni caso doveroso raccogliere, a titolo d’esempio, la testimonianza di due Alpini del Gruppo che, in una missione di Protezione Civile all’estero, ebbero modo di dimostrare l’efficienza, la prontezza organizzativa, la compassione, la solidarietà, ovvero lo spirito Alpino delle Penne Nere morsanesi. Questi sono l’Alpino Giancarlo Genovese, detto "Bepi" e l’Alpino Gino Del Frate nella "Missione Arcobaleno" durante la crisi del Kosovo nel 1999.



LA CRISI DEL Kosovo,
DUE ALPINI MORSANESI ALL’OPERA

Per meglio comprendere il valore dell’intervento della Protezione Civile dell’A.N.A. ed il contributo degli Alpini Bepi e Gino, è importante fare una breve digressione storica sulle cause che portarono, nel 1999, all’emergenza umanitaria nella piccola regione, parte della repubblica Jugoslava, chiamata Kosovo. La guerra in Kosovo si può considerare uno degli eventi che più drammaticamente hanno segnato la fine del XX secolo. La gravità del conflitto che interessò questa regione, si manifestò con più clamore di altri conflitti sia per la vicinanza all’Europa, sia per il diretto e massiccio intervento armato delle potenze occidentali. La crisi, ebbe origine nel fallimento delle trattative di Rambouillet che vedevano come controparti la Jugoslavia del presidente nazionalista Slobodan Milosevic e la rappresentanza degli albanesi Kosovari. All’epoca del conflitto, il Kosovo era una provincia della Serbia e fino al 1989, aveva goduto di una certa autonomia. L’autonomia del Kosovo, trovava una sua ragion d’essere nel fatto che quasi il novanta per cento della popolazione era di etnia albanese e di religione islamica. Nel 1989, il governo di Belgrado, rivendicando il pieno potere sulla provincia, tolse l’autonomia agli albanesi Kosovari in quanto la regione è ritenuta sacra dai serbi poiché nel 1389 lì si combatté la battaglia di Kosovo Polje, in cui i principi serbi si immolarono nel tentativo di fermare l’avanzata dei turchi.

Da allora, questa fetta di Balcani non ha mai visto la pace e tra i serbi e albanesi i contrasti non si sono mai attutiti. Nel 1997 venne allo scoperto l’UCK, l’esercito indipendentista del Kosovo e a partire dall’anno seguente iniziarono i primi conflitti a fuoco con la polizia serba. La situazione degenerò, la Serbia inviò truppe nella zona alle quali si accodarono gruppi paramilitari di ultra-nazionalisti. Iniziò così l’incubo della pulizia etnica: centinaia di Kosovari di etnia albanese furono trucidati e la popolazione civile a migliaia, iniziò a scappare dalla violenza dei serbi, che sistematicamente bruciavano le case degli albanesi. Per porre fine a questa situazione, gli organismi internazionali, con in testa i governi europei, americano e russo, tentarono una mediazione che, nei piani, doveva concludersi con gli accordi di Rambouillet. Tuttavia, Milosevic non firmò gli accordi, sfidando i mediatori e, a quel punto, le potenze occidentali, per non cadere nell’immobilismo che le aveva caratterizzate durante la guerra in Bosnia, chiesero alla NATO di intervenire. Il 24 marzo 1999, gli aerei del Patto Atlantico iniziarono a colpire gli obiettivi militari e strategici della Serbia. Per tutta risposta, i serbi iniziarono a porre in atto, in maniera più compiuta, il disegno di "pulizia etnica" che da tempo il governo Milosevic aveva pianificato. Le case degli albanesi vennero sistematicamente bruciate, gli uomini giovani imprigionati e, molti di essi, torturati ed uccisi. In pochi giorni, spinti dalle violenze e dalle minacce, circa 350.000 profughi si riversarono nella vicina Macedonia e soprattutto in Albania, nel campo di una località montagnosa chiamata Kukes. Parecchi albanesi, che non riuscirono a mettersi in fuga, vennero poi trovati, dai soldati della NATO, trucidati ed ammassati in fosse comuni, donne e bambini compresi. I bombardamenti si susseguiranno fino al 9 giugno, quando i Serbi accettarono le condizioni dettate dal G8, poi approvate dal consiglio di sicurezza dell’ONU, che salvaguardavano i confini della Jugoslavia ma prevedevano l’ingresso in Kosovo di truppe della NATO e russe ed il conseguente allontanamento di quelle serbe. In questo contesto generale si colloca una delle più gravi "catastrofi umanitarie" dalla fine della seconda guerra mondiale: nel periodo antecedente il 9 giugno, migliaia di Kosovari, privi di bagagli, vestiti e viveri, in precedenza costretti ad abbandonare le loro terre in fretta e furia, sono ammassati in campi di fortuna, uno tra tutti, quello di Blace in Macedonia dove si raccolgono 45.000 profughi in condizioni igieniche spaventose e dove i decessi tra i bambini e gli anziani fanno subito perdere il loro conto. Moltissimi sono anche coloro che sbarcarono, con imbarcazioni di fortuna, sulle coste della Puglia. La situazione era grave ed era necessario mettere al riparo dalle intemperie, nonché predisporre delle strutture ospedaliere e delle mense da campo il più presto possibile. Nell’iniziale immobilismo degli organismi internazionali, il governo italiano predispose un piano d’intervento umanitario denominato "Missione Arcobaleno".

Come sempre, quando si richiede un intervento di solidarietà, l’A.N.A. fu in prima linea. Nell’ambito della missione italiana, 126 Alpini provenienti da quindici sezioni dell’A.N.A. e facenti parte della Protezione Civile dell’associazione, il 1 aprile partirono da Ancona, diretti a Kukes. Qui allestirono una tendopoli, seguiti dalla seconda spedizione (dall’11 al 17 aprile) di 234 Alpini in congedo che ne costruirono una seconda. Le tende completate furono 1600, con materassini pneumatici e sacchi a pelo compresi; in più furono allestiti una piazzola d’atterraggio per elicotteri, 100 servizi igienici chimici ed un posto di pronto soccorso. Gli uomini del terzo turno, dal 22 al 29 aprile, lavorarono invece a Valona, dove, dai primi di giugno, diventò operativo l’ospedale da campo dell’A.N.A. Alla fine, i due i campi allestiti a Kukes furono lasciati in gestione alla Croce Rossa Internazionale e quello di Valona alle Regioni.

Alle tre missioni, parteciparono in totale trentadue Alpini friulani, di cui tredici provenienti dalla sezione di Palmanova. La mattina del 22 Aprile, inquadrati nell’ambito della terza missione, partirono, diretti in Albania, destinazione Valona, gli Alpini morsanesi Bepi e Gino ed altri sei volontari della protezione civile dell’A.N.A. sezionale. Nel frattempo, le tendopoli di Kukes, in cui in precedenza avevano operato altri Alpini della Sezione, erano ormai sovraffollate e diventate una zona pericolosa in quanto difficili da raggiungere e troppo vicine al confine con il Kosovo. Valona divenne quindi un posto più sicuro dove costruire un campo per i profughi. La missione specifica del gruppo della sezione A.N.A. di Palmanova, assieme ad altri numerosi Alpini provenienti dal nord e dal centro Italia, fu quella di montare un campo di circa 600 tende per predisporre l’accoglienza di nuovi profughi e di quelli accampati a Kukes destinati a scendere verso località meno pericolose e più facili da raggiungere. Il gruppo di Alpini della Sezione era formato, oltre che da Bepi e Gino, da Mario Furlanich di Pamanova, da Luigi Ronutti di Fauglis (vicepresidente della Sezione di Palmanova), da Giuseppe Bistacco di Castions delle Mura, da Bruno Del Degan di Lavariano e Gelindo Marcatti di Torviscosa. Con loro partì anche il colonnello Rolando Parisotto, responsabile del coordinamento regionale della Protezione Civile dell’A.N.A. In dettaglio, l’obiettivo era la creazione di un campo collocato in un aeroporto dismesso dove le tende dovevano essere piantate sul cemento. Per questa ragione, i nove Alpini partirono attrezzati con trapani a percussione e gruppi elettrogeni caricati su un camper ed un furgone. Per quanto riguardava il vitto, i nove erano pienamente autosufficienti in quanto si portarono al seguito, viveri e taniche d’acqua.

Gino, prima di allora, non faceva parte della Protezione Civile mentre Giancarlo era diventato membro da poco. Per due mesi ormai, tutti i telegiornali trasmettevano le tristi immagini dei profughi Kosovari costretti a scappare in massa dalla loro terra. Immagini di terrore e sangue che scossero profondamente gli animi dell’Europa. Dopotutto, questa tragedia si stava consumando poco più in là dell’Adriatico e molto viva era la volontà degli italiani di fare qualcosa per alleviare le sofferenze dei profughi. Toccati dall’entità della tragedia, i due Alpini morsanesi, decisero di impegnarsi in prima persona ed essendo a conoscenza dell’attività della Protezione Civile della Sezione, si offrirono volontari per la missione in Albania. Ecco la loro testimonianza:

"Avvisammo la Sezione annunciando che eravamo disponibili a dare una mano per possibili missioni di Protezione Civile dirette ad aiutare i Kosovari. Due giorni dopo ci telefonarono da Palmanova dicendoci di prepararci a partire, destinazione Albania anche se non si conosceva ancora la destinazione precisa. Il giorno dopo andammo a fare le vaccinazioni richieste per il viaggio. In ospedale era già tutto pronto, furono velocissimi; quattro o cinque iniezioni più varie pastiglie da prendere durante la missione. Noi vedemmo le immagini strazianti alla TV dei profughi e decidemmo di partire, fu una reazione istintiva. Non ci fu nessun briefing preliminare, il tempo era poco e la situazione poteva aggravarsi col passare dei giorni, non c’era tempo di stare a discutere sul come e perché, c’era da andare sul posto e montare un campo!

Il furgone dell'ANA di Palmanova sbarca in Albania
 
Del Frate Gino (primo a sinistra) e Bepi (secondo da destra) assieme al gruppo di volontari in missione in Albania della sezione di Palmanova

L’organizzazione dell’A.N.A. era ottima, il 22 aprile, giorno della partenza, trovammo altri sei Alpini in congedo, tra i quali il responsabile, il colonnello Parisotto, pronti a partire a bordo di un camper e di un furgone. Non avevamo nessun timore perché sapevamo che l’A.N.A. aveva organizzato tutto e sapevamo che saremmo stati mandati in una zona sicura. Partimmo da Palmanova, arrivammo ad Ancona dove ci unimmo agli altri volontari formando una squadra di 141 persone provenienti da tutt’Italia molte delle quali Alpini in congedo. Da Ancona in traghetto attraccammo a Durazzo. Noi otto, avevamo al seguito due generatori, otto quintali di fisher [tubetti di gomma con alette di ancoraggio, usati come sede per le viti quando piantate nel cemento] e sei trapani a percussione indispensabili per piantare tende sul campo di aviazione di Valona. Sapevamo che si trattava di una pista di atterraggio che era stata abbandonata da tempo e coperta da quintali di immondizie. Le immondizie, ad ogni modo, erano già state spostate dalle ruspe dei militari italiani.

 

Arrivati a Durazzo con la nave Venezia, dovemmo aspettare tre ore al largo perché, ci dissero, un’altra nave doveva uscire dal porto. Una volta sbarcati, si andò a circa 10 km da Durazzo, dove c’era un albergo (costruito dagli italiani negli anni trenta) gestito dalla Protezione Civile italiana che aveva lì il proprio punto di ritrovo. Chi era lì comunque non faceva nulla, solo i Vigili del Fuoco facevano qualcosa, i volontari che stazionavano regolarmente nell’albergo, tutti non Alpini, ci davano l’impressione di essere in Albania per turismo…fino alle due di notte li si sentiva fare baldoria! La mattina seguente, ancora non sapevamo a che ora saremmo partiti per Valona. A mezzogiorno, appena scolata la pasta, giunse l’ordine di partire; lasciammo la pasta lì dov’era e ci mettemmo in colonna con i mezzi assieme agli altri 140 uomini della Protezione Civile. In testa alla colonna di mezzi c’era una scorta della polizia albanese. Ogni trenta km cambiavamo la scorta; il disbrigo delle formalità burocratiche avvenne senza che noi avessimo a che vedere con carte e documenti, chi dirigeva l’operazione fece tutto prima che noi arrivassimo.

La marcia fu lenta: velocità di marcia non oltre 25 chilometri l’ora, e per fare 100 chilometri, impiegammo sei ore! Noi seguimmo la strada principale, stretta e fangosa; attorno alla strada potevamo solo notare che tutto era trascurato, niente campagne lavorate e solamente strade diroccate.

Quando arrivammo a destinazione, il campo d’aviazione (costruito dagli italiani in epoca fascista) doveva ancora essere lavato. I pompieri e l’esercito già una settimana stavano spostando un chilometro quadrato di immondizie. I pompieri avrebbero dovuto lavare la pista il giorno prima ma durante la notte precedente, qualche albanese aveva rubato i manicotti delle autopompe! La pulizia della pista dovette così essere rimandata al giorno dopo. Appena arrivati, alle quattro del pomeriggio del giorno 23 iniziammo a montare le tende. Alla sera, stanchi per la dura giornata, andammo nell’area dove avremmo dovuto dormire ma non riuscivamo a trovare la nostra tenda…si erano dimenticati di montarcela! Infatti, la tenda di noi otto, doveva essere montata da un’altra squadra, che come detto, si dimenticò di noi; così, nel buio e mentre stava iniziando a piovere, ci toccò tirare su anche la nostra tenda.

Purtroppo, l’area dove furono costruite le tende del personale della Protezione Civile era a bordo del campo d’aviazione, dove caso volle, ci fosse anche lo scarico dell’acqua della pista; così, grazie alla persistente pioggia, alle due di notte ci ritrovammo con venti centimetri di acqua nella tenda. Allora, ci alzammo e costruimmo altre due tende sulla pista, una per noi ed una per le valigie. La mattina dopo un perito milanese ed un geometra addetti al campo, protestarono con noi dicendo che non era nostro compito prendere iniziative. Per non darci la soddisfazione di dirci che avevamo fatto bene a spostare le tende all’asciutto della pista, fecero spostare tutte le tende di servizio, comprese le nostre, venti metri più in là, ma pur sempre sulla pista! Ad ogni modo, questi due signori, assieme ad altri quattro, spendevano il giorno a controllare con il metro che le tende fossero in linea…accidenti a loro, in sei persone solo per controllare che le tende fossero in linea! Noi in ogni caso, eravamo sempre gli ultimi a lasciare il lavoro la sera e montavamo tende fino a quando avevamo energia in corpo.

 

Per ogni tenda, ci volevano 12 fisher che fissavamo all’asfalto della pista forando con i trapani a percussione. Sopra il cemento della pista c’era uno strato di pessimo catrame, quello generalmente usato per tappare le buche dell’asfalto, che rendeva più difficoltosa la nostra opera. Le tende erano ammassate in un container, noi le prendevamo, le stendevamo e le montavamo. C’era anche un albanese, col carretto e il cavallo, che aiutava a portare le tende dal container al posto dove dovevano essere montate.

Un particolare che ricordiamo è che, a bordo del campo, c’erano dei tubi che servivano per stendere le linee elettriche ed alcuni elettricisti italiani che la notte dormivano sopra i tubi per timore che qualche malavitoso locale se li portasse via! In ogni caso la povertà era tanta, però notammo una certa differenza tra gli albanesi ed i Kosovari. Prima di partire andammo a portare l’acqua avanzata (all’inizio ne avevamo due ettolitri) e il cibo avanzato in un vicino campo profughi. Lì, fummo assaliti dai bambini albanesi che se non si stava attenti, poveri cristi, ti portavano via qualcosa; ad uno di noi portarono via le scarpe che erano sul bordo del furgone. I Kosovari invece, rimanevano seduti compostamente in attesa che li si chiamasse; va anche detto che molte persone della Protezione Civile, lasciarono anche dei soldi ai profughi. Dopo tre giorni di duro lavoro, il campo aveva 700 tende pronte per ospitare 5000 profughi. Noi partimmo la mattina del 28 e nel pomeriggio arrivarono i Kosovari. Rimasero là gli infermieri ed il personale delle cucine. Altre squadre, dell’A.N.A. di Cuneo, erano attese nei giorni successivi, per fornire addetti ai servizi nel campo. Una cosa che ricordiamo è che durante la notte si sentivano in lontananza colpi d’arma da fuoco esplosi da albanesi di bande rivali. La sera, infatti, era pericolosissimo uscire, in quanto lungo la strada c’era gente incappucciata armata di mitra; ad uno dei volontari che era uscito da solo, avevano sparato una raffica davanti ai piedi, tanto che ritornò di corsa al campo pieno di paura. Una scena tristissima fu anche vedere dei vecchi che mangiavano nelle immondizie. Al campo, in seguito gestito dalle regioni Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia e Trentino Alto Adige, fece una visita una responsabile della Protezione Civile ma fu una cosa veloce, non la vedemmo neppure. Un fatto strano e che fa riflettere fu che alcuni volontari (non Alpini!) appena arrivati al campo si "ammalarono" e incredibilmente guarirono poco prima di partire, quando il lavoro era finito! Sulla via del ritorno, partimmo per Durazzo da dove prendemmo una nave per Bari. Al largo del canale d’Otranto, la nave si fermò per dare spazio alla commemorazione dei caduti del "Galilea" [il piroscafo che nel 1942, fu affondato dagli inglesi mentre stava trasportando verso l’Italia il battaglione Gemona che nell’evento fu quasi completamente distrutto]. Un fatto curioso: il comandante della nave proveniva da Cividale. Da Bari poi, proseguimmo fino a Palmanova con i nostri due mezzi. con i nostri due mezzi.

Al campo, in seguito gestito dalle regioni Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia e Trentino Alto Adige, fece una visita una responsabile della Protezione Civile ma fu una cosa veloce, non la vedemmo neppure. Un fatto strano e che fa riflettere fu che alcuni volontari (non Alpini!) appena arrivati al campo si "ammalarono" e incredibilmente guarirono poco prima di partire, quando il lavoro era finito! Sulla via del ritorno, partimmo per Durazzo da dove prendemmo una nave per Bari. Al largo del canale d’Otranto, la nave si fermò per dare spazio alla commemorazione dei caduti del "Galilea" [il piroscafo che nel 1942, fu affondato dagli inglesi mentre stava trasportando verso l’Italia il battaglione Gemona che nell’evento fu quasi completamente distrutto]. Un fatto curioso: il comandante della nave proveniva da Cividale. Da Bari poi, proseguimmo fino a Palmanova con i nostri due mezzi. con i nostri due mezzi.

 

Questa esperienza ci ha segnato moltissimo. La disperazione dei profughi costretti a scappare dalle loro case sotto la minaccia di essere uccisi per la sola appartenenza ad un gruppo etnico, ci hanno toccato profondamente e siamo felici di aver avuto la possibilità di aiutare ad alleviare, sebbene momentaneamente, le loro sofferenze. Lo spirito di solidarietà Alpina che ci spinse a partire diede i suoi frutti ed il campo profughi di Valona, costruito in tempo record, è sicuramente un positivo esempio dell’efficienza degli Alpini della Protezione Civile."

Al campo di Valona, i profughi poterono beneficiare di un posto al riparo, di regolari pasti caldi e di cure mediche, lontano dalle bombe e dalla violenza. Accanto al campo di accoglienza profughi realizzato anche con la collaborazione degli Alpini morsanesi Bepi e Gino, si affiancò nel maggio seguente, un ospedale da campo dell’ANA in cui, durante il periodo dell’emergenza, furono eseguite 8924 prestazioni con 200 profughi ricoverati. Alcuni mesi dopo la fine dell’emergenza, nel settembre 1999, il campo fu smobilitato mentre lentamente i profughi ritornarono in Kosovo.